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GIUSEPPE BUFFOLI / Delle rotture si può fare volentieri a meno




a cura di Samuele Menin

Testi di Samuele Menin e Sergio Breviario

29 settembre / 24 ottobre 2014

Luogo: The Workbench, via Vespri Siciliani 16/4 Milano

Vernissage dalle ore 18:30

Mostra visitabile su appuntamento.

Contatti: www.theworkbench.it - infotheworkbench@gmail.com - 0039 3392224336

Nel nostro quotidiano abbiamo sempre a che fare con scatole, buste, scatoloni, box e packaging vario, oggetti e materiali a cui spesso non prestiamo attenzione ma che in alcuni momenti della nostra vita risultano indispensabili e utili, pensiamo ad esempio solo al momento in cui, durante l’ennesimo trasloco saremmo stati persi senza miriadi di scatole in cui riporre le nostre cose. Oggetti che possono divenire anche preziosi e magici, come, ad esempio, quando da bambini trepidanti ed emozionati scartavamo i pacchi dono portatici da Babbo Natale. Le scatole in cartone, legno, plastica, e in qualsiasi altro materiale sono, quindi un leitmotiv della nostra vita, le utilizziamo per conservare, per proteggere ciò che ci è più caro, per spedirlo o per celarlo ad occhi indiscreti. Contenitori che possono assumere varie forme dalle più semplici e comuni di parallelepipedo fino a giungere alle più complesse e decorate, andate per curiosità a vedere su youTube i meccanismi sviluppati da Abraham Roentgen, ebanista del 1700, per stupirvi di aperture a scomparsa, meccanismi, movimenti inaspettati e sorprendenti. Una tradizione produttiva da cui Giuseppe Buffoli, (Chiari (BS) 1979) ha deciso di trarre ispirazione per questa sua personale da The Workbench celando agli occhi dei visitatori le opere, realizzate negli ultimi anni, proprio all’interno di “scatole” su misura, non solo atte a contenerle e proteggerle ma a divenirne completamento, una seconda pelle con una propria identità di “opera” e la dignità di venire esposte sapendo di celare dentro di sé gli elementi in potenza per l’allestimento di una, due, tre, cinque, dieci, mostre diverse. La livella di Hand Job del 2013, i fogli di Alterare la √2 del 2012, i vetri di Zenit del 2011, i phone di High Noon del 2012, ecc. Opere composte da vari elementi che secondo le ricerche portate avanti dall’artista vanno ad indagare e a rappresentare forze e leggi fisiche come l’equilibrio, la gravità, la dilatazione, i cambiamenti di stato o la natura dei materiali e le loro potenzialità. Tutto questo rappresentato nella sua complessa “semplicità” in sistemi “opera” che ci mostrerebbero, se allestiti, quei fenomeni presenti, proprio come le scatole, nel nostro quotidiano ma a cui non abbiamo e non prestiamo mai attenzione se non superficialmente nei nostri studi scolastici, e che in realtà regolano la nostra stessa vita. Scatole che celano, opere che celano fenomeni, che celano la vita.


Samuele Menin

Caro Beppe,


le cose che hai prodotto per la mostra di Milano mi fanno pensare a dei regali. Le guardo, vedo queste scatole e subito mi incuriosisce come funzionano, come si aprono e si chiudono. Non credo ci sia una relazione fra la forma dell’opera custodita all’interno e la scatola che la contiene, se non una relazione spiccia, di convivenza formale. I vari incastri, le soluzioni tecniche, sono indipendenti dal contenuto. Le scatole esprimono una loro estetica che nulla ha a che vedere con l’estetica dell’opera. Non voglio dirti che non mi piacciono le opere all’interno della scatola, ma semplicemente, come se fosse un regalo, fingo di non conoscerne il contenuto, mi preoccupo solo del fuori. Ho sempre inteso le mostre d’arte come una sorta di festa, questa mostra è per me come una festa di compleanno, con tanti regali per tutti e non solo per il festeggiato.

Un’ultima cosa, poi ti lascio andare e non ti rubo altro tempo: mi fa impazzire il fatto che questa mostra sia una sorta di retrospettiva. Una antologica prima dell’antologia. Non mi spiego perché questa cosa mi entusiasmi tanto. Forse è che la trovo profondamente illogica. Fatto sta che ho sempre apprezzato gli artisti che installano mostre utilizzando opere realizzate in momenti diversi, perché è come se rendessero esplicito il fatto che ogni mostra racconta una storia  e, come ogni storia che si rispetti, la trama non segue una linea logica e consequenziale.

Che bellezza!

Ultimissima cosa, lo prometto: le scatole sono fondamentalmente acrome e questo mi piace. Sono fatte a mano con mezzi ridotti. Anche questo mi piace. Si somigliano fra loro, al contrario delle opere custodite al loro interno. Quando le guardo penso che abbiano a che fare con la polvere che costantemente produci realizzandole. La polvere che le ricopre le lega indissolubilmente allo spazio che le circonda. Così guardandole, anche se sono pesanti e massicce, direi che hanno un rapporto con lo spazio definibile atmosferico. La polvere copre tutto, i colori svaniscono. Il chiaroscuro si affievolisce fino ad essere irrilevante. La luce diretta, anche se artificiale, non è più concepibile. Ormai leggere, disegnano uno skyline da paesaggio umano.

Che bellezza!

Ti saluto con affetto e in bocca al lupo.

Parigi 22 agosto 2014     

Sergio Breviario